La "Battaglia tra cattolici ed eretici" rappresenta un'antica memoria fiorentina, legata alla storia del domenicano Pietro da Verona.
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La Battaglia tra cattolici ed eretici attribuita al pittore manierista Lorenzo Vaiani, detto Sciorina (1581 ed il 1584).

Testo di Alessio Mariani 

 

Nel complesso di Santa Maria Novella, tra gli affreschi del Chiostro Grande, da pochi mesi riaperto al pubblico, va annoverata la “Battaglia tra cattolici ed eretici” attribuita al pittore manierista Lorenzo Vaiani, detto Sciorina, che vi lavorò tra il 1581 ed il 1584, con perizia ma forse anche con una certa distrazione. Presto infatti, Filippo Baldinucci e Giorgio Vasari notarono maliziosamente come lo Sciorina, raffigurando uno dei combattenti, mutilato della mano sinistra, avesse tracciato, esangue a terra, in realtà un arto destro. L’opera rappresenta tuttavia un’antica memoria fiorentina, storica ed agiografica, legata alla permanenza nel convento di Santa Maria Novella del frate domenicano Pietro da Verona (+ 1252), futuro san Pietro Martire. Parafrasando la descrizione esposta dal titolo, l’affresco raffigura pertanto uno scontro militare tra eretici e cattolici, questi ultimi ispirati appunto da san Pietro Martire, effigiato nell'atto di sorreggere uno stendardo bianco rossocrociato. La scena fu ambientata dal pittore in un luogo ben preciso della città di Firenze che è possibile rintracciare presso la colonna della Croce di Santa Felicita o nelle vicinanze di quella della Croce al Trebbio, entrambe legate al culto e alle memorie fiorentine del martire domenicano, la cui permanenza a Firenze risulta storicamente attestata tra il 1244 e il 1245. 

Considerando la letteratura agiografica dedicata al santo Pietro Martire, ovvero il corpus delle opere redatte al fine di tramandarne la vita santa ed i miracoli, pare probabile che la fonte iconografica dell’affresco vada ricercata nel Chronicon seu Opus Historiarum (1484) dell’arcivescovo fiorentino e santo, Antonino Pierozzi (+ 1459). Infatti, nessuno tra gli agiografi più antichi ricordò le battaglie fiorentine né, tanto meno, le colonne di Santa Felicita e della Croce al Trebbio; di tali fatti Antonino Pierozzi fu il testimone agiografico più antico ed autorevole, sebbene l'arcivescovo, a differenza di quanto raffigurato da Sciorina, non riferì della presenza di san Pietro Martire nei luoghi degli scontri, affermando come sarebbero stati piuttosto gli uomini della famiglia Rossi ed altri cattolici a portare il vexillum cruce insignitum. Soltanto gli eruditi fiorentini del XVII e del XVIII secolo avrebbero immaginato san Pietro Martire sul campo di battaglia battaglia in atto di reggere lo stendardo crociato. Nonostante quest'ultimo rilievo paia aprire un interessante interrogativo riguardo ad altre eventuali fonti iconografiche dell'affresco, continuiamo a seguire le vicende narrate da Antonino Pierozzi. l'Arcivescovo fece concludere la battaglia con una duplice vittoria dei cattolici che avrebbero sconfitto gli eretici nella Piazza di Santa Felicita e presso la Croce al Trebbio.

Vale qui la pena di aprire una breve parentesi a riguardo dello stendardo bianco rossocrociato, tra l'altro coincidente con la croce rossa in campo bianco, stemma del Popolo fiorentino, ovvero di quell'associazione di famiglie emergenti, legate al mondo delle arti, sia pure di tendenza guelfa, contrapposta all'antica aristocrazia delle case torri, guelfa tanto quanto ghibellina. Il Popolo a partire dalla metà del Duecento si sarebbe affermato quale soggetto politico dominante nella città di Firenze. Soprattutto però, non è l'affresco del Chiostro Grande la prima testimonianza ad associare lo stendardo crociato a san Pietro Martire. Tra i molti possibili esempi, sono infatti di grande rilievo nella topografia cittadina, due affreschi realizzati nel 1445 da Ventura di Moro e Rossello di Jacopo Franchi sulla facciata della Loggia del Bigallo nella piazza di Santa Maria del Fiore; entrambi raffigurano san Pietro Martire: nell'atto di scacciare il demonio comparso sotto forma di cavallo nero al fine di disturbare la sua predicazione fiorentina, oppure nell'atto di consegnare gli stendardi crociati ai capitani della confraternita, quasi certamente del Bigallo che del resto come quella dei Laudesi vantava il santo quale proprio fondatore. Nel 1244 tuttavia, sarebbe risultato assai difficile distinguere la Confraternita del Bigallo dal gruppo di devoti che avrebbe dato origine all'Ordine dei Servi di Maria. Se veramente una confraternita si oppose militarmente agli eretici, portando lo stendardo crociato ricevuto da san Pietro Martire, come ricordato dalla tradizione fiorentina, questa andrebbe identificata piuttosto con la Società della Fede, menzionata nei documenti dell'inquisizione contemporanei alla presenza di Pietro da Verona a Firenze ed incaricata di combattere in armi contro gli eretici, come effettivamente avvenne.          

In ogni caso, chiunque avesse partecipato alla battaglia, lunghi secoli separano sia la testimonianza di Antonino Pierozzi, sia a maggior ragione l’affresco di Sciorina, dagli eventi tramandati; per conoscere meglio il contesto dell’impegno antiereticale di Pietro da Verona a Firenze, è necessario prendere in esame anche altre testimonianze. Il primo documento ad attestare la presenza di Pietro da Verona in Santa Maria Novella risulta infatti la disposizione del Comune, relativa all’ampliamento della piazza antistante il convento (oggi Piazza dell’Unità Italiana), risalente al 20 dicembre 1244; la risistemazione si era resa necessaria per ospitare la folla di fiorentini che accorreva ad ascoltare la predicazione di frate Petri, unanimemente identificato con Pietro da Verona, sempre ricordato quale abilissimo predicatore ed avversario dell’eresia. L’omiletica di Pietro da Verona dovette rivolgersi in larga misura contro le dottrine dei catari, la cui eresia si era diffusa fino al punto di dare origine ad una vera e propria chiesa catara fiorentina, retta da un vescovo eretico. A delineare il contesto entro il quale Pietro da Verona si oppose ai catari, risultò tuttavia fondamentale lo scontro per il potere che contrapponeva le fazioni dell'aristocrazia; in quanto, tra adesione all'eresia ed interesse politico, erano soprattutto alcune potenti famiglie ghibelline ad appoggiare gli eretici, di contro ai casati guelfi che sostenevano l'azione dell'inquisitore domenicano Ruggero Calcagni, il cui operato, prevalentemente diretto contro i ghibellini, risultava assai funzionale alla causa guelfa.

Certo, Pietro da Verona è ricordato quale testimone in tre documenti inquisitoriali, risalenti al 1245, l'ultimo dei quali riferisce di come le tensioni esplosero il 24 agosto, quando l'inquisitore e il vescovo Ardingo raccolsero i fedeli innanzi alla cattedrale cittadina per predicare contro il podestà filo ghibellino Pace Pessamigola ed i potenti fratelli Pace e Barone Baroni, fautori dei catari e partigiani dell'Impero. Il podestà con lo schieramento ghibellino dovette interpretare tale predicazione come un pericolo per il predominio della propria parte, quindi diede inzio alle ostilità, assalendo quanti si erano raccolti nella cattedrale. Non conosciamo il proseguimento degli scontri ma alcune ore dopo i guelfi si riunirono in armi nella piazza di Santa Maria Novella, dove l'inquisitore ribadì una precedente condanna per eresia dei fratelli Baroni e fece redigere il documento che rappresenta il più antico ed attendibile resoconto degli eventi. Certamente le battaglie continuarono ma secondo la quasi totalità della storiografia non si risolsero con la vittoria dei guelfi. L’anno successivo eleggere un nuovo podestà si rivelò estremamente difficoltoso, mentre Ruggero Calcagni lasciò Firenze senza che un nuovo inquisitore gli succedesse. Della grave discordia, se non pienamente i ghibellini fiorentini, si avvantaggiò infine l’imperatore Federico II di Svevia che riconoscendo una condizione propizia per legare più saldamente Firenze all'area del dominio imperiale, ne approfittò per imporre Federico di Antiochia, suo figlio naturale, quale podestà. Pietro da Verona fece ritorno in Lombardia, dove fu nominato inquisitore e quindi, in un contesto politico non dissimile da quello fiorentino, incontrò il martirio ad opera di alcuni aristocratici milanesi vicini all’eresia catara.

Dovettero passare più di cento anni perché la Firenze guelfa elaborasse il ricordo degli eventi del 1245 e li associasse alle colonne di Santa Felicita e della Croce al trebbio. Nel 1338 fu riedificata l’antica Croce al Trebbio (già legata alle memorie di san Zanobi e san Ambrogio di Milano), aggiungendovi una statua che rappresentava san Pietro Martire; alle spese partecipò la confraternita dei Laudesi di Santa Maria Novella, detta anche di San Pietro Martire. La circostanza del restauro della Croce di Santa Felicita, operato nel 1381, non occasionò invece memorie relative al martire domenicano; soltanto in pieno XV secolo, la famiglia Rossi fece porre in questo luogo una sua statua. E' certo tuttavia, come i più antichi libri dei conti della confraternita dei Laudesi a noi pervenuti e datati tra il 1314 e il 1340, testimonino le spese relative alle celebrazioni della festa di San Pietro Martire. A partire dal 1337 possiamo inoltre riscontare come i Laudesi spesassero per la festa del santo anche trombettieri e portatori; sebbene non sia affermato esplicitamente è facile desumerne che almeno a partire da tale data i fiorentini si recavano in processione presso la Croce al Trebbio, includendo nel percorso devoto forse già anche Santa Felicita, stazione certa quanto meno al tempo di Antonino Pierozzi.

Quando Firenze divenne definitivamente una città guelfa, la processione dei Laudesi rappresentò la principale espressione con la quale i fiorentini manifestarono la propria devozione nei confronti del santo Pietro Martire, legato ad un momento significativo, tanto per la storia della città, quanto per la "mitologia" del guelfismo. La “Battaglia tra cattolici ed eretici”, affrescata nel Chiostro Grande, ci ha così dato modo di ripercorrere le forme di una continua rielaborazione della memoria, attestando, assieme alle  moltissime opere d'arte fiorentine dedicate al santo, la grande vitalità della devozione e dei ricordi, lasciati a Firenze dal martire domenicano.

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